PALAZZO BIFANO “FABBRICA NUOVA” Le origini della famiglia Bifano si fanno risalire alla seconda metà del XIII secolo. Notizie sulla famiglia sono reperibili presso gli Archivi Comunali e Parrocchiali di Paolisi, Airola ed Arpaia, nonché all'Archivio di Storia Patria di Benevento, ulteriori informazioni dall'esame: 1) dell'Elenco Araldico Italiano dello Spreti, 2) del Corpo Nobiliare Italiano Meridionale dello Stuckes, 3) dell'annuncio delle Famiglie Nobili del Meridione. Pare che il titolo, concesso, secondo la tradizione, nel 1266, sia stato sempre scarsamente utilizzato tanto da cadere, in pratica, in disuso. Inoltre, solo un esiguo numero di avi risulta tumulato in Paolisi (tutti in epoca relativamente vicina) nonostante il fatto che la famiglia sia stata presente in zona sin dal XVI secolo e, con molta probabilità, da epoca di gran lunga anteriore. Non si conoscono i motivi per cui non fu costruita una cappella di famiglia. Non siamo infatti ancora a conoscenza dei motivi che alcuni anni dopo la morte del padre Marco, portarono alla rottura di ogni rapporto i germani Giuseppe e Ulisse e si ignorano altresì le ragioni per le quali l'altro fratello Pietro, mantenutosi a lungo neutrale, fini con lo schierarsi a fianco di Giuseppe scrivendo, tra l'altro, alla cognata Emilia, la lettera acclusa (cfr. Allegato 1). Pietro, in età alquanto avanzata, contrasse matrimonio con certa Annina Napolitano di Paolisi, di modesti natali, dalla quale non ebbe figli, Alla morte di Pietro, riunitosi l'usufrutto alla proprietà, con sentenza del 1926, Donna Emilia della Valle ottenne che la Napolitano venisse allontanata dalla casa di Paolisi ove abitava, che lasciò vuota di ogni arredo, anche se questi, essendo proprietà del di lei defunto marito Pietro, avrebbero dovuto tornare agli eredi di Ulisse, all'epoca non più vivente. Altri punti ancora poco chiari sono 1) la causa della morte di zia Clelia, secondo alcuni volontaria, e le responsabilità nel fatto della famiglia Petrella di Paolisi, 2) i motivi per i quali Ulisse mori a Napoli, ove fu tumulato, e le ragioni per cui non si ritenne doversi traslare la salma a Paolisi, a soli 40 km, come fu invece fatto alla morte del di lui figlio Marco avvenuta a Cuneo nel 1940. Lo stesso avvenne per Manfredi, morto in una clinica privata del Vomero nel 1909. Da un atto notarile, risulta che un Don Pietro Bifano del Casale di Paolisi, nato nel 1773, contrasse matrimonio con Donna Rosolina dei Principi Borgognoni di Caserta, del ramo illegittimo dei Borboni. Don Pietro, dottore fisico, figlio di Don Marco, Giudice del Principato Ulteriore o di Ultra, risiedeva in Paolisi in località "i Bifani", denominazione ancora in uso al 1860. Sino alla fine del XIX secolo e ancora nei primissimi del XX la grafia del cognome era, indifferentemente, Bifani o Bifano, con prevalenza della prima forma. da casa 28 ottobre 1908 Lettera di Don Pietro Bifano alla cognata Emilia della Valle "Pregiatissima Cognata, meglio tardi che mai dice il proverbio; ed io dopo una notte d'insonnia e di malanimo mi decido a scrivervi la presente anziché farvi parlare a voce da qualche persona estranea, come avevo stabilito. Ieri sera, qui in casa mia, si svolse una scena violenta causata da vostro marito che inveiva con parole e vie di fatto contro persone a me affezionate – del resto per fortuna per tutti che io era assente: giacché è buono si sappia da voi, poiché gli altri già lo sanno, che se ho fatto finora la figura del babbeo, non sono però tanto imbecille da farmi bastonare sin sotto il focolare domestico. Ma passiamo oltre – Io ho bisogno di quiete e tranquillità, e il bere continuamente fiele al vostro calice ha scosso di molto il mio sistema nervoso, e ad evitare qualche momento di irresponsabilità è necessario troncare pacificamente ogni relazione con la vostra famiglia tanto più che voi ora su di me ancora vivente non avete alcun diritto sulla mia abitazione. Con ciò non intendo per quest'anno intralciare la manifattura e lo smercio del vino che mi si appartiene Ed ho finito con un’ultima preghiera, quella di non dare alcun riscontro alla presente, né per iscritto né a voce: poiché io non voglio né accetto giustificazioni. Pietro" Ancora prima che i Falzarano acquistassero il Palazzo Bifano, alcuni abitanti del luogo si preoccuparono di informarli sul fantasma che infestava il palazzo. Era la povera Clelia che, nel 1911, si era suicidata gettandosi nel cortile dalla finestra della soffitta a causa di pene d'amore, in quanto la famiglia si opponeva al suo matrimonio con uno dei Petrella. La notizia avrebbe dovuto impaurire e far desistere dall'acquisto, invece procurò stupore e interesse. Durante il rifacimento del tetto in soffitta fu ritrovata una foto formato gigante di una giovane donna, Clelia? In sogno il fantasma di Clelia aveva rivelato di essere molto contenta dei nuovi proprietari, che non si sentiva più sola e che li avrebbe sempre protetti. Il palazzo non nacque sotto una buona stella. I lavori furono vivacemente contrastati da una parte del paese, sia per motivi personali che politici. “Prima di addivenire alla stipula dell’istrumento finale, ho dovuto subire dispendio e dispiaceri a non dire per i continui ingiusti ricorsi delle famiglie Lanni e Federici le quali – sia per ragioni di partito, ed i Federici per non fare fabbricare davanti alla loro casa – non smettevano mai dall’ osteggiare tal fatto. Vinse la giusta causa ed ora il mio desiderio è fatto compiuto e però non sento odio alcuno. Per tale concessione ho dovuto pagare Lire 2.000!” il suolo, compreso un giardin murato di circa un moggio, venne concesso in enfiteusi dalla Chiesa di San Tommaso Apostolo in Paolisi. Il progetto originario fatto dall’ Ing. Nicolai di Napoli e poi appaltato a Gaetano Bove ed Aniello Carbone, entrambi di Paolisi, prevedeva la costruzione di un ampio edificio composto da pianterreno e primo piano, con un corpo centrale sul fronte della piazzetta e due ali, di pari lunghezza una a destra sul fronte strada e l’altra a sinistra confinante con proprietà Petrella. Il complesso aveva un grande cortile quadrato interno chiuso, sul fondo, da un muro al cui centro, tra due pilastri in pietra, era il cancello di accesso al giardino murato. Con speciale delibera comunale Ulisse venne autorizzato a spostare un antico pozzo di proprietà municipale che trovatasi all'angolo esterno del Palazzo, nel cortile dello stesso, con "obbligo di costruirne un altro per uso pubblico, sempre in Piazza Croce. Il costo complessivo risultò essere di Lit. 760" I lavori, iniziati nel 1888 con una prima fornitura di 16837 blocchi di tufo di Moiano per Lit 750,65, vennero definitivamente interrotti nel 1902, lasciando il palazzo non terminato per mancanza di fondi. Vennero infatti realizzati il corpo centrale, il pianterreno dell'ala destra e circa i 2/3 del primo piano di questa, nonché le fondazioni dell'ala sinistra confinante con proprietà Petrella ed edificati i pilastri di sostegno che, poi coperti con tetto spiovente in tegole ed in piccola parte terrazzati, costituirono il portico aperto sul lato del cortile con l'accesso alle cantine. Anche se incompiuto e non conforme al progetto originale, il Palazzo risultò imponente ed elegante. La bella facciata sul fronte stradale in tufo peperino di Moiano aveva al centro un grande portone ad arco con cornice in pietra martellata affiancato, da ambo i lati, da una coppia di finestre pure ad arco con cornici e davanzale in pietra, munite di robuste inferriate, queste, fornite dal ferraro (fabbro) Luigi Brevetta di Napoli, al prezzo di Lit. 42,50 al quintale, pesanti in tutto qli 7,26 costarono Lit. 308 compresa la messa in opera. Tutto il piano terreno aveva una base in lastroni di pietra e, fino ai lastroni del primo piano, era ornato con fasce di tufo in rilievo che formavano una elegante decorazione. Al primo piano si aprivano cinque porte-finestre, ciascuna con balconcino a ringhiera in ferro "alla francese". Le ringhiere furono ordinate al mastro ferraro Nicola Ferriero di Arienzo e costarono Lit. 55 ciascuna. Tutte le porte-finestre erano sormontate da un timpano triangolare sorretto da mensola ed una ben lavorata cornice in tufo, pure con mensole, sottolineava il tetto in tegole sul quale si aprivano sei abbaini, tre sul fronte strada e tre sul cortile. L'ala destra, con il medesimo materiale e decorazioni della facciata, aveva sei finestre al piano terreno ed un balcone e quattro finestre al primo piano. Dal portone si entrava direttamente in un grande androne con lesene e soffitto in volta che, attraversando tutta la casa, conduceva al cortile ove, ai lati della casa, erano due bellissimi alberi di camelie. Zoccolatura e lesene erano dipinti a finto marmo grigio azzurro, mentre le pareti erano riquadrate da pannelli profilati in azzurro con angoli mossi; grandi lastroni in pietra ne costituivano il pavimento. A destra verso il cortile, si svolge una grande arcata chiusa da una porta in legno con vetri colorati che conduceva nel vastissimo atrio alto quanto tutta la casa, pavimentato con lastre di pietra ed elegantemente affrescato con la tecnica del "trompe l'oeil" in stile neoclassico. Le pareti avevano una zoccolatura in finto marmo grigio alternato da fasce bianche nella parte superiore; erano suddivise in pannelli a più riquadri, in tinta monocroma dai toni marrone-beige sormontati da eleganti cartigli con decoro di frecce a doppia punta ornate di ghirlande. Sulla parete di fondo, corrispondente al primo pianerottolo dello scalone padronale, si apriva una bella finestra ovale "oeil de beuf" sul cui vetro satinato risaltavano, intrecciate, le iniziali U B Molto pregevole era anche la decorazione del soffitto, a finta volta con ricchi rosoni e fregi e che portava, al centro, dipinto lo stemma di famiglia. Tutta la decorazione pittorica del Palazzo fu affidata al maestro Angelo Auriemma di Rotondi, detto 'Mastro Angiolillo "o pittore"". La spesa per la decorazione dell'atrio, esclusi i colori ed altri materiali fu di Lit. 425.-. Un imponente scalone a due rampe, con pianerottolo, terminante con una grande balconata, dava accesso all'anticamera del primo piano, lo scalone aveva una ricca ringhiera in ghisa e ferro composta da 104 balaustre, fu fornita dalla "ditta Errico Wood, Strada Arenaccia a sinistra del Gassometro, Napoli", e costó Lit. 433,10, escluso il trasporto e la messa in opera Dall'anticamera del primo piano, ampio locale rettangolare interamente rivestito in carta ad effetto legno, si passava in un salotto relativamente piccolo con uno dei più bei soffitti della casa, affrescato con drappeggi damascati, azzurro e oro con motivo di cordoni incrociati passanti in anelli (costo Lit. 96,50), da questo ambiente si passava nelle altre camere, tutte ben decorate. I locali con i soffitti più pregevoli erano la camera da letto padronale affrescata a volta con drappeggi in pizzo bianco su fondo azzurro ed al centro la figura di un amorino; ai quattro angoli piccoli scudi con le iniziali U.B., e la stanza detta "delle colombe". Il piano terreno, con un piccolo ingresso dall'atrio, comprendeva lo studio, ampio locale a volta con caminetto in marmo bianco ed elementi in bronzo dorato; una porta a due battenti si apriva sulla sala da pranzo, uno degli ambienti più vasti e belli di tutto il Palazzo. Tre grandi finestre ad arco, soffitto a crociera con arcate e plinti decorati con cartigli di fiori, la base della volta dipinta, sempre a "trompe l'oeil" con effetto di ringhiera in legno e bambú e cancellate in ferro a punta di lancia. Il soffitto con effetto di cielo azzurro con nuvole aveva al centro un trofeo di frutta e fiori. Sulla parete sinistra un caminetto in marmo e bronzo simile a quello dello studio Dalla sala da pranzo un lungo corridoio portava all'ingresso di servizio, con accesso dal cortile ed una bella scala secondaria portava fino alle soffitte. Dall'ingresso di servizio si passava alla cucina. All'angolo con il muro divisorio del giardino era il pozzo spostato da Piazza Croce; al centro di detto muro il cancello di accesso al giardino era stato sostituito, dopo l'ultima guerra, da una arcata in pietra per porta, proveniente dalla casa Buonanni di Benevento, distrutta dai bombardamenti, una lapide ricordo in marmo era stata murata a sinistra della nuova porta di accesso al giardino.["] Sempre dal lato sinistro del cortile si accedeva al cosiddetto "Casone", ambiente molto vasto con finestre verso la strada, adibito a deposito e magazzino che, nel progetto originale, avrebbe dovuto essere un salone di rappresentanza. Un primo abbozzo della decorazione era stato tracciato su di una parete. In fondo al porticato verso il casone era la scala che conduceva alla cantina, con al centro lo scivolo per le botti. La produzione di vino e legname era una delle principali attività della famiglia. Nel 1890 Ulisse vinse una gara di appalto per la fornitura di 10.000 pali per la linea elettrica. Alla fine del 1897 i costi sostenuti per la costruzione della "Fabbrica Nuova" ammontavano già a 385.000 lire senza contare le spese per le opere di decorazione e rifinitura e quelle per l'arredamento, la maggior parte del quale acquistato tra il 1887 ed il 1894. Anche allora la precisione e la puntualità lasciava evidentemente a desiderare, visto che Ulisse annotò: "Ricordo la ringhiera essendo stata sbagliata e costruita malamente sono stato costretto di farla accomodare ed ho dovuto spendere circa Lit. 600!!!" (corrispondenti oggi a 3208 euro); altre "grosse questioni" le ebbe con i falegnami che, tra l'altro, sbagliarono le misure del grande soppalco in legno sito nel piccolo ingresso secondario verso lo studio. All'inizio del 1902 erano state spese, per la parte costruita del palazzo, il decoro e gli arredi, oltre 600.000 (l’equivalente di 3.208.219,62 euro!!!). Ulisse decise quindi di sospendere ogni lavoro, limitandosi ad adattare a nuovo uso le parti già edificate. Nacquero cosi il "casone", il porticato aperto sul cortile al confine con la proprietà Petrella, il piccolo terrazzo verso la casa sul quale trovavasi uno "stanzino igienico", la terrazza al primo piano dell'ala destra, quasi completamente edificata, al quale si accedeva dal "cucinino del caffè". La parte abitabile del Palazzo, nel 1902, era appena sufficiente per le necessità della sua numerosa famiglia e la servitù: circa 15-16 persone in tutto. Per questioni di prestigio davanti al paese si disse che i lavori erano stati temporaneamente sospesi ma, in realtà, non ve ne furono altri, si mantenne un tenore di vita analogo a quello dei tempi di Marco conservando ancora, fino alla morte di Marco, cavalli e carrozza. Si fecero tuttavia strette economie sulle spese correnti. Ciò che avvenne poi è storia di oggi in gran parte vissuta. Una nota a parte va stilata per Donna Emilia della Valle in Bifano, moglie di Ulisse, una femminista d’epoca. Ebbe 9 figli, rimase vedova a 53 anni e riuscì a portare avanti tutto, nonostante l’inizio del declino patrimoniale della famiglia e il calo delle rendite fondiarie, le cause per le eredità. Dopo la scomparsa di Donna Emilia nel 1941 il Palazzo, ormai disabitato, fu occupato e saccheggiato alla fine della Seconda Guerra Mondiale dalle truppe Alleate che lo trasformarono in Comando militare e vi arrecarono danni gravissimi, specie agli arredi. Nel 1943 fu "rifugio" dei numerosi parenti dei cugini Cifaldi, sfollati da Napoli. Un ritratto di Mazzini al quale Ulisse teneva particolarmente fu fortunosamente recuperato. Tornato poi ai Bifano, Augusto decise di unificarne la proprietà acquistando le quote dei coeredi e, con lavori di un certo impegno, lo rimise in stato di abitabilità, da allora tutti i Bifano che lo desideravano potettero utilizzarlo come "casa vacanza". Il Palazzo, di proprietà di Alfonso Falzarano (imprenditore) e di Serenella Papale (architetto) dal 1979, si sviluppa con una linea architettonica proporzionata e composta in tutte le sue parti. Il prospetto nella parte inferiore è ornato da un bugnato molto schiacciato e decorato da slanciate finestre che si sviluppano simmetricamente a ridosso del portale. Quest' ultimo tutto in pietra ripete un modellato classicheggiante. La parte superiore è ornata da cinque vani balconi sormontati da timpani triangolari inginocchiati. Quello centrale, il più lungo, si sviluppa entro due paraste coronate alla sommità di capitelli ionici. Sulla parte superiore si rincorre un aggettato cornicione sostenuto da una teoria di modiglioni stilizzati. Chiude tutto il complesso un semplice attico diviso nella parte mediana da tre abbaini ornati da finestroni ad arco sormontati da timpani triangolari. L'insieme, anche se realizzato a cavallo tra il XIX e il XX secolo, rispecchia nelle sue componenti architettoniche la più bella forma neoclassica. Tutte le pareti e le parti decorative della facciata sono lavorate con tufo a faccia-vista. Lo stemma araldico dei Bifano è costituito dal classico scudo di foggia sannita, interzato di sbarra rossa a tre stelle d'oro, ornato da leoni rampanti e passanti nei due mezzi campi d'azzurro, il tutto sormontato da corona comitale a nove palle. La più antica rappresentazione dello stemma, ancora oggi visibile, è quella scolpita in pietra sulla chiave di volta dei due portoni d'accesso alla cosiddetta "Casa Averna" sita sul Corso Occidentale in Paolisi. La costruzione del Palazzo, voluta da Don Pietro Bifano, risale ai primi decenni del 1700. Altra riproduzione, più recente, in pittura monocromatica, era dipinta sul soffitto dello scalone padronale della nuova casa di Via Roma, sempre a Paolisi, iniziata per volontà di Ulisse tra il 1887 e il 1888, lasciata in parte incompiuta nel 1902.
Appunti forniti da Serena Papale, attuale proprietaria di Palazzo Bifano.
Appunti di Ernesto Gaddi.
Poco più avanti, quasi confinante, PALAZZO PETRELLA Correva l’anno 1914 quando l’ing. Carlo Petrella, dopo essersi laureato a Liegi, spronato dai suoi familiari e desideroso di mettere in atto le sue capacità, dopo che ad Acireale e a Cervinara, portò la luce elettrica a Paolisi. Una famiglia importante, un professionista fondamentale, una pietra edificatrice nel progresso non solo di Paolisi, ma dell’intera provincia.
PIAZZA CROCE A piazza Croce si erge l'arco del portale di ingresso di Palazzo Pessetti. Nulla se non l'arco è rimasto dell' antica costruzione. Si può tuttavia ammirare, sul lato destro del portale, un affresco raffigurante la Beata Vergine Maria. L' arco del palazzo Pessetti, datato 1714, è a tutto sesto riposante. È in pietra martellata con conci di varia misura che sostituiscono anche la chiave. Sulla sinistra di Piazza Croce furono realizzati due palazzi. Il primo del 1774 presenta un arco a manico di canestro leggermente innalzato dai dadi posti sotto l'impostazione. I piedritti sono semplici, mentre la chiave dell' arco è lavorata a rilievo e rappresenta un'aquila a due teste racchiusa in due contorni modulati, intorno ai quali si sviluppano dei motivi floreali. Il secondo, datato 1795, presenta un arco semplice e garbato, racchiuso nella giustezza delle proporzioni, che ci immette nel cortile. I conci sono simmetrici e squadrati. I piedritti provvisti di base lavorati con figure lobate. Gli anelli di impostazione sono decorati con figure quadrilatere, mentre la chiave di volta è adorna di un quadrilatero rosetta.
Appunti di Ernesto Gaddi
Ideazione, Ricerca e Produzione di Rosanna Gaddi
Pagina aggiornata il 16/04/2025